ST Innovation CUP 2013-2014

Utilizzando le sue pratiche come dispositivo di catalizzazione e presentazione di innovazioni declinate sui prodotti e sul DNA aziendale, Ars Academy Research costituisce un HUB e uno spazio polifunzionale di ricerca e sviluppo, in risposta alle continue sollecitazioni provenienti dai processi di Innovazione aziendale e dalla Società Informazionale.

Ars Academy Research si pone quindi come dispositivo di Open Research, che opera una “capacitazione” del prodotto e in secondo ordine della stessa azienda/industria. Recuperando l’informazione e i contenuti, dal prodotto li immette nei suoi cicli di ricerca e innovazione.


 

StInnovationCUP2013-2014

 

 

InnovationCup

STMicroelectronics è uno dei più grandi produttori mondiali di componenti elettronici, usati soprattutto nell’elettronica di consumo, nell’auto, nelle periferiche per computer, nella telefonia cellulare e nel settore cosiddetto “industriale”.

ST InnovationCUP è stato uno dei processi di incubazione e ricerca nel rapporto arte, cultura e innovazione più interessanti e pionieristici effettuati in Italia. Il progetto è stato realizzato a partire dal concetto di Open Research e su dinamiche di produzione artistica aperte e condivise. STInnovationCUP ha coinvolto un network internazionale di università, supervisionato da Ars Academy Research.

 

StInnovationCup

 

Ecco un’intervista rilasciata dal Direttore di Ars Academy Research, Francesco Monico, a Digicult. Intervista a cura di Marco Mancuso

Francesco Monico

Marco Mancuso: Ciao Francesco, parlaci più a fondo del progetto ST InnovationCUP: quando nasce, da quali esigenze, a chi si rivolge e come sei coinvolto nel progetto stesso

Francesco Monico: Il progetto nasce in seno alla STMicroelectronics e in particolare grazie al lavoro di Catia Rocca, che ha sviluppato questo interessantissimo modello di Open Research. L’hanno scorso, nel 2011, è stata lanciata la prima edizione, che era riferita allo sport e alle tecnologie; quest’anno nel 2013 è sui “wereable technologies”. Cito gli anni perché il processo intero dura un anno e oltre, tra progettazione e risultati della ricerca. Questo perché la Open Innovation deve essere sincronizzata con i bisogni delle aziende che necessariamente devono tenere conto dell’innovazione che oggi non può permettersi tempi di sviluppo troppo lunghi. La volontà è quella di sviluppare progetti con un cluster temporale il più limitato possibile, senza intaccare la serietà del processo.

Il progetto è rivolto agli studenti dei diplomi di laurea, delle lauree magistrali e dei dottorati di ricerca, anche ad ex studenti, delle Università che fanno parte del network di Innovationcup.

Personalmente sono stato coinvolto con la mia società Ars Academy Research, che si occupa di Ricerca e Sviluppo, per implementare e sviluppare la pratica di Open e Disruptive Research in chiave transmodale e transculturale, insomma per affiancarmi al progetto e dare un contributo al suo sviluppo. Ho accettato con entusiasmo perché il progetto è molto complesso e sofisticato e un’azienda di qualità come la STMicroelectronics dà le garanzie per la riuscita.

Marco Mancuso: Il 12 Luglio scorso avete lanciato il progetto Spinning The Planet, nuovo lavoro del gruppo IOCOSE. Il lavoro è stato finanziato dal progetto ST InnovationCUP. Puoi descriverci il lavoro e illustrarci i motivi che vi hanno spinto a finanziare questo progetto e più in generale a lavorare con un gruppo di artisti così particolare come IOCOSE?

Francesco Monico: Come detto Innovationcup nasce nel 2011,  con la seconda edizione si voleva fare un upgrade, portare avanti una ricerca di secondo livello, ovvero sullo stesso progetto. In questo senso il mio contributo è stato orientato alla implementazione del modello di OpenResearch messo a punto da Catia Rocca e in particolare allo sviluppo nel contesto dell’arte contemporanea, utilizzata come dispositivo in grado di ibridare cultura scientifica, tecnologica, umanistica. Oggi l’innovazione ha bisogno di superare la classica divisione diPercy Snow delle “Due culture”, viviamo nel mondo che l’agente letterario John Brockman chiamava dei “Diggerati”, che lo scienziato Edward O. Wilson definiva “Consilience”, nel sincretismo di Roy Ascott e nel mondo delle complessità di Edgar Morin e Bruno Latour.

Per fare questo abbiamo ipotizzato di utilizzare come Hub dei workshop fisici un museo d’arte contemporanea, o meglio un Centro di ricerca sull’arte contemporanea quale il Centro Pecci di Prato, che si prestava anche e sopratutto perché ha la sede a Prato, in Toscana e a Milano, in Lombardia, due territori molto interessanti. L’idea dell’arte contemporanea è legata a una classica idea del modernismo ovvero quella che l’artista è colui che osserva il presente, perché il soggetto sociale, sia esso ingegnere, progettista in genere, così come il manager, è sempre un soggetto inserito in una comunità culturale e per questo vincolato a osservare il presente con lo sguardo rivolto al passato. La persona è sempre inserita nel tempo dei significati, che per essere veri, sono sempre rivolti a un passato determinato dal tempo necessario affinché un’idea sia riconosciuta da una maggioranza che la validi rendendola vera. Questo meccanismo inficia l’innovazione e in particolare la Open Research. La rivoluzione informatica ha accelerato enormemente l’innovazione: la radio ci ha messo 36 anni a raggiungere 50 milioni di utenti, diventare un medium di massa e un atteggiamento sociale, la televisione 16 anni, il cellulare 10 anni, internet 5 anni, facebook sei mesi. Con questi tempi i significati non sono più nel tempo, dobbiamo lavorare con lo sguardo rivolto al presente e per fare questo abbiamo recuperato la posizione modernista: utilizzare gli artisti.

Ci siamo guardati attorno e abbiamo deciso di cercare dei giovani artisti, validi, critici, che fossero in grado di dialogare con dei soggetti fortemente strutturati quali gli ingegneri, gli informatici, i manager, i designer. Per questo li cercavamo con una seria dimensione culturale: a IOCOSE, uno dei membri del collettivo insegna all’università, un altro sta completando un PhD. L’idea era di creare un “territorio altro” uno spazio neutro dove ci fossero le condizioni per quella “consilience” citata sopra, ovvera un “concordanza” di obiettivi, intenti, metodo, e risultati che consideriamo condizioni necessarie per una buona Open Research sofisticata e di alta qualità. Lo spazio artistico è visto come spazio di per sé stesso Disruptive, e questo era necessario, ma allo stesso tempo è uno spazio simbolico, e per spazio simbolico intendo uno spazio che imponga delle prassi, norme e regole, che ritengo siano necessarie per qualsiasi procedura di progettazione, sia culturale che esplorativa. Abbiamo considerato in questo modo lo stesso spazio comunicativo e abbiamo affidato a IOCOSE di progettare e realizzare il sito internet di Innovationcup 2013, e il video che lancia il concorso che ha voluto non essere immediato e chiaro. Lo spiegherò più avanti.

Il vincitore, Michaael Rybakov

Il vincitore, Michaael Rybakov

Marco Mancuso: Nel comunicato di lancio di Spinning the Planet, tu dichiari che l’opera “vuole comunicare l’essenza stessa della Open Research, ovvero il motivo che la ricerca – per essere veramente innovativa – deve essere ricerca in se stessa, svincolata da ogni obiettivo prefissato e preimpostato, pena l’annullamento stesso dello sforzo di ricerca”. Partendo dal presupposto che in linea di massima sono d’accordo con te, che la ricerca e la pratica artistica debbano essere slegate da qualsiasi forma di marketing, puoi spiegarmi meglio cosa intendi quando parli di “obbiettivi prefissati e preimpostati”?

Francesco Monico: Il problema dell’innovazione è che si progetta il domani con gli occhi rivolti al passato, è lo stesso problema che denunciava Antonio Caronia verso la fantascienza, quando a metà novecento l’informatica iniziava a influenzare tutta l’innovazione, gli immaginari umani diventarono già definiti e scritti, per questo diceva che la fantascienza era morta. Oggi stiamo puntando molto sull’innovazione aperta e dobbiamo affrontare il problema dello scrittore di fantascienza, per non far fare all’innovazione la fine della fantascienza. E il marketing è un esempio pertinente, esso vive di comunicazioni che definiscono territori prefissati, comunica il già detto, il già visto, il già progettato; ecco l’innovazione non è fantascienza ed è all’opposto del marketing. Prendiamo l’artwork, dal titolo Spinning the Planet (IOCOSE; 2013), si concentra sul tentativo di cambiare l’asse di rotazione terrestre mediante l’utilizzo di missili propulsori. Essi tuttavia non decollano e creano la sensazione che non funzionino e/o che il tentativo sia vano. In questo modo simbolizzano la possibile fallacia di molti tentativi ed esperimenti umani che, seppure apparentemente non riusciti, risultano alla fine vincenti per il fatto stesso di averci provato. Con questo l’opera vuole comunicare l’essenza stessa della Open Research, ovvero il motivo che la ricerca – per essere veramente innovativa – deve essere ricerca in se stessa, svincolata da ogni obiettivo prefissato e preimpostato, pena l’annullamento stesso dello sforzo di ricerca. Il messaggio degli artisti è forte e definitivo, diventa il tentativo di provarci, di credere e di spingere oltre nella direzione di un contemporaneo dell’immaginazione, che seppur apparentemente inaudito è l’essenza di un esperimento.

Il messaggio è volutamente aperto, è un messaggio caldo, che richiede una interpretazione, una ermeneusi da parte dell’utente; in un’epoca in cui tutto è marketing, comunicazione preconfezionata, linee guida già decise e prescritte, facili istruzioni del e per l’uso, comprensione immediata e quindi già detta, comprensibile ed obsoleta. IOCOSE per STMicroelectronics, utilizzando le forme dell’arte contemporanea, forzano e obbligano i giovani talenti, neolaureati, ricercatori dei più prestigiosi Istituti di Alta Formazione nazionali ed internazionali ad abbandonare le strade già pronunciate e narrate per affrontare quei “sentieri interrotti’ dell’immaginazione prefigurati da quei pensatori della tecnica che hanno cercato di superare il novecento. Tutto ciò che è pensabile è già detto, tutto quello che vediamo è già esistito: l’innovazione oggi si deve muovere su un’altra scala, quella planetaria e cosmica dell’Open Research e dell’arte di ricerca. L’operazione artistica diventa un dispositivo, un’antenna che capta le nuove relazioni e possibilità umane indotte dalla tecnologia. Ma questo captare modifica le forme: il processo diventa interpretazione, sensazione, ovvero ermeneutica del soggetto contemporaneo che è necessariamente un soggetto proiettato su un territorio sperimentale, sperimentato e necessariamente non ancora immaginato.

Un secondo problema è che l’Innovazione è sempre conflittuale con le pratiche stabilizzate e testate, che sono valide e funzionano ma per la loro intrinseca stabilità entrano facilmente in conflitto con il cambiamento. L’innovazione crea problemi di relazione, tra chi fa cose nuove e chi fa cose vecchie, seppur corrette e necessarie. Questo è il classico problema del rapporto tra ingegneri e designer, o progettisti creativi. Quindi è la relazione tra mondi differenti ad essere uno dei problemi centrali della Open Innovation, in quanto non c’è innovazione senza cambiamento, e non c’è cambiamento senza conflitto. Ecco in questa seconda edizione di Innovationcup della STMicroelectronics l’arte è il dispositivo che cerca di abbassare e modulare in forza creativa l naturale e fisiologico conflitto delle discipline. L’arte crea un territorio simbolico dove si può agire una dialettica conflittuale del senso e questo ha un grande valore oggi in uan società che deve mettere a punto modelli di traduzone interculturale tra pratiche, discipline e saperi differenti.

Marco Mancuso: Come lavora il progetto Spinning the Planet con il mondo della formazione nei termini del Network di accademie e istituti che vengono elencati sul sito del progetto? In altri termini, come la tua esperienza alla direzione della scuola di Arti Multimediali di NABA si riversa all’interno di questo progetto e come gli artisti e creativi in formazione possono trarne reale vantaggio?

Francesco Monico: Il network delle Università risponde all’esigenza di avere una pluralità di punti di vista su un unico problema di innovazione. Ogni ateneo ha una sua cultura propria, sia derivante dall’area di studio, ci sono differenze evidenti tra il modo di ragionare di un ingegnere e un interactive designer, tra un informatico e un media maker, sia per la cultura del territorio che l’ateneo riflette. L’Università di Firenze è diversa culturalmente dal Politecnico di Milano, così come dall’Isia e dalla Hochschule di Karlsrhue, differenze evidenti con l‘Istituto Sant’Anna di Pisa. La parola chiave che permea trasversalmente tutto il progetto è capacitazione, una parola a me molto cara, in quanto è centrale nei processi della complessità, una parola che recupero da quel grande maestro di maieutica che è stato Danilo Dolci. Qui mi ricollego alla seconda parte della domanda: la Scuola di Media Design e Nuove Tecnologieche ho fondato è strutturalmente costruita sulle fondamenta delle teorie della complessità, vedi appunto Morin e Latour, ho fatto la mia ricerca di PhD sull’alta formazione come ermeneutica della complessità, e da sempre questa teoria la utilizzo anche per la ricerca e sviluppo che ho sempre sviluppato.

Elena Lamberti diceva che l’opera di Marshall McLuhan ha dato una delle migliori definizioni di postmoderno, io andrei oltre e parlerei di una delle migliori definizioni di complessità. Ecco il mio lavoro è sempre stato immerso in questa complessità, tanto che non vedo differenze tra ricerca e formazione. E per questo l’Innovationcup è sviluppata in quelli che Catia Rocca ha definito “Contamination Workshops”. Il vantaggio è per tutti: per noi progettisti del processo, per i docenti e supervisor del progetto che ci arricchiamo delle visioni disruptive degli studenti, per gli studenti che si abituano a dare valore alle loro visioni e a gestire la problematica dell’inserimento nel tempo dell’immaginario umano. Che è una problematica centrale per qualsiasi attività di concetto contemporanea.

Marco Mancuso: In generale, quale è la tua opinione del recente fenomeno in Italia delle start-up, degli incubatori d’impresa, del rapporto tra innovazione e cultura? Si parla della necessità di finanziare nuovi progetti culturali che lavorino con investitori privati, industrie del mondo della ricerca tecnologia e scientifica, ma come ogni cosa in questo paese mi sembra che si pecchi di conoscenza delle realtà del territorio, di chi fa ricerca e di chi lavora a contatto con realtà artistiche e creative, a discapito di un generale fenomeno di marketing della cultura che è ovviamente molto pericoloso in termini di lungimiranza. Sembrano in altre parole ancora lontani i modelli Europei e americani che hanno guidato lo sviluppo della media culture negli ultimi 20 anni. Cosa propone di diverso il progetto ST InnovationCUP in questi termini?

Francesco Monico: L’innovazione chiamatela trasformazione, mutamento o come vi pare, è un cosa che comunque è in atto, naturalmente può avere esiti positivi o meno, e ci si può intervenire o meno in vari modi. Molto interessante sarà vedere l’impatto della “Social Innovation”  sul fenomeno.  Ma resta un problema complesso; innovazione e start up sono due insiemi che si sovrappongono solo parzialmente, mi sembra che regni una grande confusione. In primis le startup si sono declinate in due livelli: c’è la “way of life”, quindi una sorta di nuova subcultura che riprende tratti dello yuppismo ed elementi di quella che Cameron e Barbrookhanno definito la “Californian Ideology”, e che oggi sta già facendo vedere i suoi  limiti. Questo approccio non è interessante, ma sicuramente lascerà diverse scie ancora poco prevedibili nella nostra società.

Il secondo livello è l’aspetto delle “Nuove imprese”, che invece è interessante perché ha a che fare con l’adeguamento del sistema produttivo alle sfide della Società Informazionale di Castells; verrà prodotto molto rumore, ma alcune tendenze valgono la pena di essere seguite. Il problema è che il catalizzatore di tutto dovrebbe essere un sistema di capitali in grado di sostenere più round d’investimento, e/o il mondo degli acceleratori e incubatori; una vera imprenditoria fondata su un concetto di “potenza” alla Waldo Emerson, alla Thoureau, potremmo dire. E’ questo oggi un limite, e per fortuna non è il caso di ST Innovationcup vista la qualità della firma. Innovationcup è un progetto di STM, che è una ditta di eccellenza, e che ha sede in Svizzera e ha una dimensione multinazionale. E’ quindi un progetto altro, italiano ma portatore di una cultura internazionale, che ha appunto quella potenza di visione e pensiero necessaria per la vera innovazione anche l’innovazione d’impresa, insomma le start up.

 
 

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